Pseudo-Biografia

Nato senza il cesareo e fatto in casa, Pietro muove i suoi primi passi nell’assolata Castelbuono. Poi il lavoro di papà e mamma lo porta nella caotica Istanbul… no scusate, falsa notizia! La città era Palermo. Palermo quindi! Lì, lontano dalla sua vita agreste e genuina, il giovine si ammala e fa tutte le malattie esantematiche in pochi anni. Da allora il sistema immunitario va bene. Ma l’età del gioco finisce presto, perché a 5 tenerissimi anni, viene costretto a leggere e scrivere. Del leggere sembra essersene scordato. Legge moltissimo ma malissimo: sbaglia specialmente le intonazioni delle frasi. Ma la sorte é benigna e non lo obbligherà mai a palesare questa sua mancanza.

i'm selfish

La scuola finisce e la medie pure. Palermo fiorisce nella primavera degli anni 90. Così, forte e volenteroso, si ritrova davanti alle colonne del suo liceo classico, in puro stile fascista. In un ambiente parecchio meritocratico, si fa strada con bei voti, ma resta a galla per lo più. La professoressa di storia dell’arte confesserà in riunione dei genitori: “Credo, che quando suo figlio mi guardi, pensi che io sia una cretina o si chieda cosa ci faccio qui!”. I genitori non fanno caso al criticone che hanno tra le mura e lo lasciano libero di esprimersi. Pietro eccelle nel disegno (mostrando una vera passione per le arti visive) e nella matematica. I suoi schizzi a mano libera sono conservati come reliquie dalla sua mamma. Anche la musica lo prende male, tanto che il giovine suonerà in vari gruppi per anni, arrivando anche alla incisione di una demo con gli Urania (storica surf band palermitana). Concerti e prove si susseguono, ma purtroppo la rigida matematica con un 2+2 lo sbatte all’univeristà, nella Facoltà di Ingegneria.

I questi anni universitari, il giovine scopre il computer e la fotografia. Quest’ultima grazie ad una vecchia Yashica, che il suo buon zio gli presta incondizionatamente (nota del narratore: quando sarà grande se la potrà ricomprare… un piccolo ragazzo della via Gluc). La fotografia lo piglia da dentro e il bianco e nero soprattutto. Ma il tempo ed i soldi scarseggiano e l’hobby resta tale. Però l’emozione di un solo scatto, lo porta lontano… in Peterland. Lì crede di essere un artista e nessuno lo disturba. In quei silenzi scrive, pensa ed ascolta De André. In questa terra di mezzo a volte Pietro si sgancia completamente dalla realtà formattando il cervello (nota del narratore: questo spiega la sua mancanza di memoria nella vita reale).

E il tempo scorre rapido ed il giovine diventato ventenne viaggia. America Latina, Francia, Inghilterra, Grecia… sviluppando una grande esterofilia e migliorando le lingue. Nello stesso tempo consolida e scopre molte amicizie. Alcune tanto lontane che solo la volontà può rendere immutate a tutt’oggi. L’equitazione, altra grande passione si allontana, ma più tardi sboccerà nuovamente.

Poi il viaggio che cambia un po’ tutto. La Germania con il progetto Erasmus. Lì amicizie, luoghi e la scoperta dell’indipendenza lo lasciano fuori dalla Sicilia per lunghi periodi. Nella foresta nera, la scintilla della fotografia fa divampare nuovamente la sua passione, ma é amore questa volta. Di tanto in tanto, lui prova a far finta che la fotografia non gli interessi, per fare felici amici e coinquilini, che almeno sporadicamente vorrebbero vedere il suo occhio destro sensa quell’insetto a bottoni davanti. Poi alienato ed estraniato dal ruolo, ritorna alla carica. Dose minima 20 scatti al giorno (escludendo quelli cancellati). Ma capisce intimamente e fatalmente quest’arte troppo tardi ed é veramente tardi per invertire il suo iter universitario che lo porterà presto ad essere il “gingegnere” meno motivato della storia (a volte). Lavoro bello, non lamentabile. Ma certo, se facesse qualcosa attorno alla sua passione sarebbe pure meglio, no?… così si dice e pensa.

Al giorno d’oggi ritiene che lo spiraglio che un grandangolare apra, spazzi via qualsiasi routine o pesantezza dell’anima. In quegli instanti di tempo che sono suoi, la fotografia é la ricerca dell’immagine perfetta.

“In this ugly time, the only true protest is beauty” [In questo tempo orribile, l'unica vera protesta é la bellezza] Phil Ochs (conosciuta grazia a Jorge Tutor). Non importa chi scatti, la fotografia fissa il suo tempo e la sua memoria nella ricerca del bello.
Infine, a lui piace pensare e ripetere queste grandi parole:

Ma l’ illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’ azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’ affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’ anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’ oro della solarità.

Nel cimitero dei domini

Fatti un giro nelle pagine personali cadute in disuso, dimenticate, non più aggiornate. Persone che avevano posto lì i loro pensieri, i propri hobby nella speranza che qualcuno fosse passato a prenderli, raccogliendo il loro messaggio e per vedere se esisteva davvero quella corrispondenza di intenti che tanto agognamo. Prova a guardarci dentro. Nel cimitero dei domini, una facile conquista che il tempo rende al nuovo pioniere. Col tempo resta solo una manciata di dati scollegati a languire su qualche server in attesa della data di scadenza o che l’ennesimo fallimento aziendale. Saranno dati intrappolati in hard disks rimossi dal loro ruolo e poi abbandonati in qualche discarica del sud america. Per sempre isolati e non più raggiungibili. L’acqua li bagnerà e resteranno lì dove la ruggine attacca. Anche questa pagina cadrà, scadrà, lei con le altre. Quelle pagine web così minuziosamente intagliate e curate, quelle frasi resteranno nell’oblio del neoliberismo, nel pozzo del superfluo… galleggianti e alla deriva nella menti di chi un tempo le creò.

Massima #1

La speranza é l’ultima a morire, quindi nessuno la seppellirà.

Ethan

Vedeva gli altri muoversi incerti, con la paura di dispiacere, come tra bicchieri di cristallo. Si chiedeva se anche lui fosse così meschino nell’agire, così inavvertitamente ipocrita. All’ombra non trovava più posto e la sensazione di una perenne esposizione lo turbava.
Ethan Annuì.
Appoggiò il libro sul petto e fissando il soffitto stette in ascolto, quasi immobile.
La pioggia scendeva, bagnando i tetti cenerini dei palazzi, strisciando lungo i cunicoli che trovava sul suo percorso. Quell’acqua passando tra le tegole scorreva giù per i fianchi degli edifici, via per i tubi. Sentiva le gocce stillare dritte, fendendo l’aria densa e frantumandosi nell’impatto. Ciascuna sola nel proprio precipitare.
In profondità, tra i palazzi.
E ciascuna non avrebbe mai toccato la terra, ma solo il catrame metallico delle strade. “Qui riposa una goccia illusa in vita di trovare terreno da render fecondo – Qui muore il suo sogno”. Pensava che il sole prima o poi gli avrebbe confidato in gran segreto che lui, tra quelle nuvole si nascondeva volutamente, e a volte per il dolore si copriva lo sguardo, per non veder così, i palazzi: anguste e artificiose dimore di uomini e animali. Gabbie dalle quali si può uscire, ma cui si deve fare ritorno sempre.
“Sospesi essi vivono. In aria, ostacolando il volo degli uccelli e sentendosi sicuri della propria vita. Banchettano e ridono: abbelliscono le proprie celle con gioia, pensando in se all’immortalità di tutto ciò che sono. Ghignano ai miei occhi, che lecitamente entrano nelle loro stanze dalle finestre, innocenti. Offuscano il mio sguardo con veli e poi fanno a meno di me”.
Città, anno del Signore 2341.

Ethan fissava un po’ la gente che passava, poi con fare assente ritornava sui cornicioni del palazzo di fronte, osservandone il profilo gocciolante. Ogni goccia seguiva il suo destino e scorreva per sprofondare, brillando nel moto. Il suo respiro appannava il vetro con ciclico vapore. Guardava le mani invidiandone l’inconsapevole agire, come strumenti del volere, fedeli. Tutto si stava compiendo, mentre lui stava lì a pensare, senza prendere parte a nulla. Il cielo presto si sarebbe oscurato e la notte sarebbe calata indistintamente su tutto; i tetti si sarebbero anneriti e raffreddati e di nuovo indistinti avrebbero dormito.
Con la mano si toccava i capelli, lasciando le dita attorcigliarsi su e giù, senza stancarsi. Guardò la stanza per un po’ e poi socchiuse appena gli occhi come a volere prender sonno; se ne stava incerto sdraiato sul letto. Annuì e si girò di spalle alla finestra sfuggendo con lo sguardo l’imbrunirsi del cielo, ma la pallida parete che aveva di fronte seguiva la luce e il suo lento sfumare dal giorno alla notte. Non gli era concesso eludere neppure quel tempo. Balenando la luce da fuori si spense e tra quelle pareti tutto tacque in un buio devoto al suo persistere. Ed Ethan immobile avrebbe voluto trattenere anche il più felpato dei suoi respiri.
Silenziò.

Attempting definitions

A photo is a time bit, an intense brief inspiration recalled by light. One single photo embodies time, space and light. It doesn’t matter which film or sensor, light impresses everything, carving and peeping even the hidden entities. I hope that lens could merge these concepts as fine as my eyes.

lieve

Berlino

Ok guys, the original script was this and it was composed long time ago:

Berlino

Berlino é una polaroid degli anni ottanta,
primo piano di una ragazza dagli occhi limpidi,
una sigaretta accesa e pendente tra labbra respinte.
É il cappuccio della felpa che vive i freddi e il mattino,
metro sporca in una fermata alla periferia.

È il giornale che allora non lessi;
quel vento che non ha soffiato, ora lo porta senza sosta.

Ha la schiena liscia di silenzi e tregua,
le mani segnate dalle cuciture delle tasche.
Il resto delle voci é tra i mattoni piú bassi,
vicoli, pareti che si inarcano per toccarsi,
una strada ancora umida nel dopo pioggia.

Confuse me when night comes

confuse me when night comes

Some thoughts from the past…

“É il giornale che allora non lessi… quel vento che non ha soffiato, ora mi porta senza sosta”.

Maybe today I’m barely thoughtful.